Monday, 15 September 2014

The shape of things to come

Quando gli occhi assonnati fanno il codice Morse per tenersi attivi e un infiacchimento generale mi ruota attorno come un'aura di buff negativo,  allora ha senso tornare in questo posto,  questo Eremo dello Scemo che da più di un anno è la fucina (e il falotto e fagno e famera da fetto)  del mio squilibrio.

Cosa succede?  Succede che il 3 ottobre The Sigularity Phase 1 esce in europa e io ho già tirato giù il pre-order a forza di grida e PayPal.  Succede che a posteriori tutto può essere collegato con rafia biodegradabile e tutto può essere riletto con l'ottica postmoderna del senno di poi patinato di nostalgia.
La mia singolarità l'ho trovata,  il punto di non ritorno.
Ha un nome e ha un domicilio,  ha il profumo di primavera anche negli sgoccioli d'estate ed è luce pura condensata in forma di essere vivente.

Succede che ho trovato una parte della Pace che andavo a scrivere nei momenti di corda tesa e di sviolinate alla malinconia.
Ora vorrei solo...

Esattamente,  ingégnati a far perdurare questo team,  lavora perché la brigata formata col marmittone (che si è  rivelato ottima farina per torte esplosive con cui minare lo stomaco del mondo)  possa mai sciogliersi.
E qui ce l'hai davanti,  come un obelisco do ghiaccio nel deserto: the shape of things to come.
E se ci arrivo tardi e il ghiaccio s'è sciolto?
E se non fosse ghiaccio salvifico ma protettiva pietra?
E se fosse un rodiano e braavosiano colosso,  custode di nuova vita?

Sono arrugginito,  ma sotto lo strato cremisi ancora brilla la lama con cui solcare le membra del tempo?

Qui,  ora,  in questa arena sferica,  non ci sono ruoli sparsi come carry o support.  Qui tutti portano alla vittoria e tutti supportanto e suppongo sopportino pure.

Quindi gli occhi telegrafano e raccolgono intermittenti ondate di fotoni riemessi dal circostante.  Il cuore telegrafa sprazzi splatter di sangue ossigenato da polmoni che telegrafano parole mute,  mentre le dita telegrafano su schermi idee e pensieri inermi di,  sì,  un altro lunedì mattina.

Monday, 11 August 2014

Scatti

Come la lancetta che carica a scatti e fende il trascorrere del tempo.
Come la fotografia che immortàla a scatti e ferma il ricordo nella mente.
Come la corsa che avanza a scatti e brucia le tappe della vita.

Sei la mia scheggia,  il mio lampo,  il mio scatto di rabbia di gioia di pace di ansia di amore di tutto.

Friday, 8 August 2014

E...state (morti)

Una finta spiaggia di sabbia finta, un giovane di brutte speranze con paralisi al collo inclinato di lato causa headphones a metà che deejaya senza un domani,  musica da sculettamento nella sera d'agosto in mezzo ai monti.  Vecchie conoscenze oltre i 30 anni che sono ancora a rimorchiare troiette al limite manette,  figlie uniche a cena con genitori (e cagnolino grissino) che occhieggiano ragazzi all'insaputa dei vecchi,  e vecchi che girellano scatarrando astio contro il rumore "dei giovani".

C'è insulsità,  o insulsaggine,  o insulsatezza nell'incertezza delle loro certezze.

C'è vento di fine estate,  fine vacanze,  di domenica del villaggio; c'è puzzo di aspettative infrante,  portafogli sgualciti,  pelli scottate.
Cammino in un paesaggio desolato fatto di Marlboro Light,  Long Island annacquati,  I-Phone maneggiati con cautela,  occhiali da sole cerchiello per capelli,  teschi di lattine di Coca Zero.

Dopo due settimane di paradiso mi accorgo che là fuori le persone non hanno quello che ho io. Che sia passare ore in Safe Lane tra un bacio e una Ultimate,  o portarsi 4kg di ghiaccioli da sgranocchiare in BatCaverna davanti a uno schermo da 7mila pollici,  qualsiasi sia la mia avventura,  fuori non la hanno.
E nemmeno cercano,  perché non sanno. O non vogliono.

O sono io che sono strano,  no?
Ma poi è  un crimine fraggare in Deck17 piuttosto che sbarellare di Vodke RedBull? Magari il vero crimine è  che esistano crimini come il reato di opinione. Boh.

Adesso passo di nuovo e c'è musica da psycho dance trance hybrid techno drum&shit,  sembra lo tsunami post ristorante cinese con cibo avariato, mentre una Seat Cupra tamarrata che Vin Diesel si metterebbe a piangere sgomma ribassata a 30cm dal geriatrico di 30enni in tiro da rimorchio e gel a galloni sul riporto di cheratinosa paglia secca di cuoio capelluto.

Ma cosa mi sto perdendo?

Di fronte alla biblioteca fanno letture pubbliche di qualche boiata tipo il Piccolo Principe di Paris Saint Germain,  o qualche roba pseudo colta Gay-Lussac che dia un senso a neolaureati in Beni Culturali e insegnanti di latino in pensione.

Cosa mi sto perdendo?

Forse la possibilità di avere l'occasione di vincere alle schierate slot-machine anfrattate nella parte buia dei bar e del tabaccaio ancora aperto. Potrei parlare, tra un pigiare e un insert coin, con stranieri e autoctoni che votano Berlusca per togliere l'IMU e vivono in affitto.

Ma come è evoluto il mondo mentre io ho vissuto il mio più bel sogno e il periodo più bello della mia vita finora?

E poi parlano. Cazzo,  parlano tutti. Sono tutti medici con gli acciacchi altrui,  tutti geopolitologi con la striscia di Gaza e tutti scienziati con l'effetto tunnel dei loro denti nello spigolo del marciapiede che farò loro incontrare.

La mia bolla,  il mio guscio,  la mia gabbia,  la mia prigione,  il mio fottuto tunnel senza luce in fondo (che ho ormai arredato)  sono di gran lunga meglio del ditale da sarto dove loro stanno annegando.

Ti amo.

Wednesday, 16 July 2014

Take your knife with a life

Sometimes, the unexpected is precisely what you spent your whole life waiting for.
Sometimes, it feels unreal to finally get what you've always thought you deserved.
Life is unjust and it won't miss any occasion to remind us about the ugly truth of imbalance.

Then,  sometimes,  dreams do come true.  It doesn't matter how much effort one puts into believing that the miracle can happen:  once it actually does, all you can do is stare at nothing in disbelief.

They say you should live the moment (carpe diem!), to enjoy the little things in life and be happy with what you get.
Cool,  yeah.
But what's the recipe once you start living That great moment,  when the orgasm doesn't seem to end,  when the ceaseless enjoyment progressively wipes away your previous view of life?
Are my shoulders strong enough to bear the power of this moment?  Is my heart ready to host the uproar of one thousand emotions?
Well,  I'd better be eager, take all this treasure and, a grin on my lips, be grateful to this life. And to those who made everything happen.
Do i deserve it? That's not the question. 
Can I repay and reciprocate all of this?  That's my mission, that's my role.
This is the motherfucking time to fight for what is right.

After what seems like ages, I am finally living the peace I've been longing for.

Monday, 7 July 2014

La corsa

Ci sono momenti quando sotto una pioggia da mezzastagione, l'unica pulsione è buttarsi a correre . Niente telefono,  portafoglio,  documenti d'identità. Solo un po' di musica nelle orecchie e via.

Una corsa come ritorno primordiale,  un solcare la terra a falcate creandosi il vento in faccia nella bonaccia.

E mentre i muscoli ancora freddi scricchiolano,  le ossa si levigano sulle cartilagini ed il ritmo martella il corpo,  ecco che tutto scivola lontano e torna riordinato.
Non viviamo in eterno e arriva il momento di decidere cosa si vuole essere.
La corsa mi battezza con il mio stesso sudore e la pioggia mi lava e mi lacrima addosso.

Oggi,  nel post tempesta pseudo-tropicale,  tutta la strada tra i prati e le vigne era deserta. Ero solo come non lo sono mai stato e,  al contempo,  non lo ero. Non è un caso se le persone possono comunicare, non dico sia destino ma per il principio antropico l'evoluzione ci ha dato questa capacità di tramandare.
Quindi nella solitudine della pioggia io ho sentito che qualcuno C'ERA.
Mi sono persino stupito del fatto che realmente io ero intento a pensare a qualcun altro all'infuori di me.

Era come una caccia,  inseguimento, uccisione e giù a scuoiare una pelle non per il gusto di farlo,  ma per riportare all'accampamento un dono.
È  pazzesco cone ci si ritrova a strutturare tutto quando le cose fondamentali sono solo intrinseche in noi.
Mi servi e, ad ogni passo di corsa,  lo capivo sempre più.

Thursday, 3 July 2014

Droni, draghi, dadi e Satana.

Vediamo di far chiarezza sui rapporti umani.

Droni come mettere in auto-pilot,  come non metterci il cuore perché non si danneggi in caso di ostilità. Ricognitivo,  sperimentativo, con controllo dalla distanza.  Distaccato e non coinvolto,  ma può essere efficace.

Draghi come un transumano fermento di artigliate e roghi. Una danza nel cielo,  tra fiamme e frastagliate corazze,  la massività dell'impeto,  la temperatura da rettile a sangue freddo, le zanne ed il fumo. L'impatto a terra quando il duello decreta lo sconfitto.

Dadi come l'interminabile e indeterminabile mancata predizione di un esito.  Fortuito,  nefasto,  spigoloso ma rotolante.  Scientifico e lucido nel tirare le somme,  irrazionale nell'inaspettato evolversi su una spezzata. Una catena di Markov che imprigiona nella sua libertà di pesati e pesanti possibili scenari.

Satana come onnipresente,  astuto e temuto.  Complementare,  azione e pianificazione,  passare la lingua sui denti in un eterno tramare nel buio. Immortale e divino,  carnale e metafisico, infernale e semplice,  ariete contro il mondo. Artistico,  unico,  ghigno.

Tuesday, 1 July 2014

Avere per dare. Essere per generare.

C'è  qualcosa di fondamentalmente sbagliato nel concetto di do ut des,  "dare per ricevere".
C'è qualcosa di molto o totalmente sbagliato nel concetto di "dare": dare attenzione,  dare tempo,  dare amore,  dare sprangate.
È intrinseco che questo "dare"  preveda una privazione da parte del donatore e,  ancora più a monte,  prevede che ci sia un possesso, che chi da prima ha e detiene ciò che da.

Perché?
Ma proprio no. Se io ho milioni di soldi e li do in giro sono bravo,  perché avrei potuto tenerli.  Ma che cazzo?   È che se li avessi tenuti,  con una vita limitata,  sarei stato una merda. Questo è il giusto giro delle cose.

Non è una compravendita,  santosatana, non è un cazzo di favore,  un vuoto a rendere di bozze di vetro.
Uno è in uno stato e genera doni.
Io sono,  io voglio,  quindi costruisco la situazione per cui quello che concedo non è una concessione,  ma un premio per me.

Uno non "da il suo tempo", ma fullfilla il suo essere,  vive quel tempo perché è  quello che vuole.
Uno non dà sprangate,  ma rilascia il suo essere aggressione vivente.

Certo,  bisogna essere per generare. Essere convinti,  sicuri,  coinvolti,  appagati.  Dal ricevente.
Ma non è in egual misura,  non è nemmeno nello stesso campo da gioco. Deve essere un flusso, una semplicità che scivola via con la corrente.

Oh,  certo,  io predico magnificamente e razzolo di merda,  però questo è quello in cui credo.
Non ho mai visto un do ut des,  perché cazzo non esiste. Non è che nasciamo tutti con la stessa faretra.
C'è gente che nasce con una Morning Star...

Quindi bello eh,  dare roba per essere in credito morale?
Ma fatemi cagare. 
E questa è  la stessa differenza tra chi è  simpatico e chi fa lo simpatico.
Il primo è  una forgia e sforna proiezioni di sé,  il secondo è  un metodico che recita da copione. Il primo genera e non gli pesa,  il secondo si priva e si impegna (ahahahaah).

Alla fine è sempre darsi un ruolo e dioinesistente solo sa quanto un ruolo sia necessario.

Monday, 30 June 2014

Follìo

Dimmi, perché mi hai fatto così, Dio?
Perché nella tua volontà immensa hai sintetizzato me?
Non potevi tipo oziare con una birra sul tuo divano cosmico e goderti lo spettacolo comico di questo alcolico universo in bilico tra controllo e selvatica espansione?
No,  ti sei rimboccato le tue maniche da panico in manicomio e,  con tutti i disagi annessi alla camicia di forza,  hai spolverato il kit del piccolo chimico intergalattico e bam.
Un po' di porcodio genetico da mio padre,  un po' di madonnatroia dall'elicoidi di mia madre e bam bam un po' di randomnesss coi raggi cosmici sulle ovaie.
Esco di testa e dal monento della nascita mi scalfisco sempre e solo la testa ad arietare il mondo. Eh,  l'abitudine.
L'abitudine non fa il monacudine.  Al massimo una testa dai tratti duri come un'incudine.
Poi però hai fatto anche lo stronzetto da romantic-comedy e ci hai messo un effetto Tronky: morbido dentro. E ci hai messo un abisso,  giusto per non sbagliare .
No,  una spugna era troppo mainstream o troppo da Capitan Uncino. Ci hai messo proprio un pozzo che succhia come neanche tutte le troie di Praga. E in fondo all'abisso?  Un bel buio col silenzio e un paio di teschi di vacca e cactus.
Dimmi,  Dio,  se siamo a tua immagine,  quanto cazzo fai cagare? Ma uno specchio no?
Gonfi pianeti di mari e oceani e neanche ti specchi?
Oh,  ma forse ci sono altre particelle massive che non interagiscono EM o via gluoni.  Ah,  ma dillo che nel mondo parallelo di dark matter tu sei un figo e il tuo universo ha vinto l'ultimo concorso di universi fatti in casa.
Ascolta,  se ci prendiamo un po' di tempo,  dicono tu ne abbia infinito,  perché non trascini qua il tuo muso da schiaffi e mi racconti cosa c'è che non va?
Vuoi un divanetto da psicanalisi?  Eh,  createlo...  penso sia il tuo lavoro,  no?
Ehi,  e non cominciare con la menata della rabbia repressa, perché proprio oggi non sono in vena,  né  in arteria. Se pensi che non sia una cosa seria,  beh torna a farti vedere... sai,  un diluvio universale o una cazzo di guerra totale,  così da dare lavoro a rabbini su come giustificare la tua follia.
Perché questa è  la definizione di follia,  Dio: follia è  fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi.
Scrivitela sul tuo diario di merda,  vicino a "ceretta all'amazzonia"  e "collidere stelle di neutroni".
Con effetto,  Assentheismo.

Quello che non è

La vita è come un musicante di strada.  Per quanto di valore,  sbagli posto o fascia oraria e il cappello resta vuoto.
Anche il giga-virtuoso di staminchia, che ti suona il canone inverso con le narici,  se lo barbonizzi bene non te lo caga nessuno,  se non le quarantenni zitelle di altroconsumo che fanno capoeira nei giardini pubblici.
A volte passa lo studentello pseudo-intellettualoide che guarda film muti francesi con sottotitoli in russo,  cioè film russi. Lo studentello,  che ascolta musica di nicchia che sparge sentimenti fintamente proletari con arpe e din-donghi da 1000€ al pezzo,  ghigna con compassione alla vita musicante e se ne va.
Un padre di famiglia senza neanche la terza media si ferma e ascolta vivamente interessato,  finché moglie suocera e figlie non gridano il suo nome dall'altro capo della strada come banshee urlanti.
Quando poi la vita di strada ci piazza un trick che neanche una fatality a mortal kombat,  ecco un flebile applauso da parte di un docente universitario impomatato che per brevi istanti s'è ricordato quando lanciava sanpietrini alla cèlere. Il barone docente lancia persino un doblone al cappello dell'artista di strada.
E dal buio di uno scatolone un bambino zingaro schizza fuori,  intercetta la pecunia e torna alla base col maltolto.

La vita,  per quanto non infinita,  prosegue con tenacia.  Finché le forze dell'ordine,  senza cardio per inseguire i criminali, fanno valere la loro autorità sullo strumentista.

Alla milionesima minaccia il musicista si alza,  raccatta lo strumento e il basco militare,  si chiude la giacca e torna nella sua villa super lusso.
Un bel bagno in piscina,  mentre la cena con le sue sette portate cuoce lenta.
La vita guarda il cielo serale.

Tuesday, 24 June 2014

Solitudini

29 giugno 2014, ore 03:00

Stessa notte.
Stesso balcone con l'aria leggera e fresca. Stessa sigaretta alle labbra e lo stesso fumo che vortica e scompare.
Stesse esili vite che pulsano e muoiono come braci ai piedi della fiamma del cosmo.
Eppure un'altra notte,  un altro balcone,  un'altra aria e un'altra sigaretta.

Un'altra vita.

Io sono qui che scrivo,  sono qui che vedo attraverso le stesse ma altre lacrime.
Ho richiuso la copertina,  appoggiato delicatamente sul comodino il libro.
Di nuovo una fine,  di nuovo quella botta di mai più,  di unicità. 
Quell'indigestione di emozione dal retrogusto di morte.

Ma cosa sarebbe la vita senza la fine? E quale benedizione più grande di SAPERE cosa sia un tragitto,  quando si è sperimentato l'arrivo e la fottuta ASSENZA che l'aver qualcosa dentro lascia.

Un anno dopo sono qui. E tutto è diverso.
E sì, tesoro,  tutto è uguale.
Tutto evolve,  niente cambia,  tutto è  niente e il niente (questo niente di opprimente morsa che stritola e come spugna mi strizza lacrime dagli occhi),  il niente di emozioni che non esistono... è  tutto.

Ho chiuso il libro. Lo stesso libro. Un altro libro. Solo che questo è VERO. Solo che questo è  te.  Sei tu.
Come faccio,  come posso?  Come riesco ancora a muovere dita,  a dare fiato a pensieri dopo aver sperimentato il massimo dono che mai avrei potuto ricevere?
Chi sono io?  Come ne sono degno?
Forse ne sono degno proprio perché ho accettato il dono stesso,  o forse questo è il gatto che si morde la madonnatroia e fanculo.

Volevo intitolare un post "Pura rabbia e rara paura".

Volevo un chiasmo di consonanze o quel cazzo che è.

Invece sono andato con una troiata da "solitudini che non sono sole".
Ma neanche luna.

Lo so che tutto questo ha senso solo per chi sa già di cosa parlo.  Eppure tutti sanno,  o hanno provato senza identificarlo,  quello che sto dicendo.
Ha senso perché lo penso.
Ha senso perché lo sento.

Dammi un secondo,  dammi un anno,  dammi una vita.
Tu mi dai vita.

Sono un abisso che inghiotte e ogni tanto erutta la cosa più  inutile e necessaria. Sono la mia àncora,  sono l'iceberg,  sono l'isola. Sono la falla nella nave e il pozzo nel deserto.
Sono vivo. E ne sono certo.

Fiato sul collo

Ansia che piega come anse il flusso di questo fiume di vita percosso dal rullare dissonante del pendolo e del cuore.
Scadenze come cifre stampate su alimenti imballati e criogenicamente preservati in morte procrastinata.
Scene che riappaiono dal passato come campane in un paese di campagna nel mezzogiorno assolato.

No.

Armonico nel movimento,  con battiti come quelli del cuore, con il contatto che non si perde nel furore dell'attimo,  ecco che sono di nuovo vivo.

Il fiato sul collo che ammetto è  il tuo sussurro nell'incavo tra collo e spalla,  non un cazzo di bufalesco sbuffare o cagnesco predàre alle mie spalle per obbligarmi in avanti.
Il fiato sul collo sono poche parole che descrivono pochi minuti che emergono in pochi secondi,  che sono l'eternità.

Tuesday, 17 June 2014

Suspension of Disbelief

Struttura. Ordine. Incastro.
Per evadere dal caos ci serve ordine. Serve una sorgente che smercia entropia come fosse droga,  ci serve il sole che continua a pompare la funzione di stato monotòna crescente S.
E poi da un'altra parte l'ordine di una biosfera terrestre che,  con un feedback negativo, si preserva stabile.

Come in ogni cosa,  serve la giusta inclinazione. La giusta distanza dalla stella,  il giusto periodo di rotazione,  la giusta composizione chimica della superficie.
Serve la giusta predisposizione d'animo per mantenere un sistema autosorretto e vivo.
La pura sorgente di entropia che alimenta è solo l'incipit artistico ed emotivo che genera e genera e genera disordine.

Se devo stagliarmi alla luce,  abbeverarmi alla sorgente di caos,  al puro colpo emergetico,  allora devo crederci.

Ed è proprio qui che possiamo trovarci.
Ci sono le condizioni iniziali per terraformare un pianeta roccioso di cardiaca forma? Sospendendo l'incredulità possiamo attingere alla sorgente di testi sharati in nuvole nella ionosfera?

La corsa agli armamenti contro ogni cataclisma è la conseguenza di un pianeta abitato,  di un virus rinconvertito in "benigno" che opera e ottimizza.
Un'umanità di sentimenti,  con guerre e alleanze,  con LHC immensi per scavare senza ipocrisia nel senso ultimo di una realtà che NON ha senso.

Basta sospendere l'incredulità e credere in navi che salpano verso l'orizzonte.
Non credo in divinità onnipotenti o in predestinazioni da strapazzo. Però credo nella mia corsa tra i corridoi di questa catacomba,  brandendo le armi che in anni ho affilato nella solitudine del mio fuoco d'accampamento.

Sospendo e sospeso nel tuffo,  con denti digrignati, ci credo.

Friday, 6 June 2014

Furore

La memoria lavora sempre da culo e i pattern con cui qualcosa richiama ricordi sono,  almeno per me,  un cesso.
D'altro canto,  però, un abile uso di stimoli esterni (luoghi,  musica,  libri,..)  mi aiuta a rivivere momenti e,  soprattutto,  stati d'animo.
Scavando qua e là,  leggi diari.
E scavando ancora alla ricerca di fossili,  che non ne salti fuori il draconiano dinosauro ancora vivo!

E un'attività, invece, per rimpinguare memorie?  Calendario alla mano,  ricostruiamo il passato.

E se fra vent'anni le stesse lacrime tornassero ad alimentarci?

Questo è  furore.

Sunday, 1 June 2014

Slaves to the Subliminal

"Slaves to the Subliminal" is not only a Scar Symmetry song, it is also an appropriate description for my state right now.
As always I don't take the semantics for granted and I'm no sedated and hypnotized man with injected desires via subliminal control.
I'm a slave in the sense that the subliminal subjugates my will, it is a source of joy.
With subliminal I mean that sweet flavour brought by the stratification of piled meanings.
I live for the subliminal possibility of a hidden world, an unforeseeable deeper meaning.
There are signs, there is interpretation. And then there is the hunt.

I'm not really sure what this whole shit is about. But I kinda  dig the subliminality of all this  project.

Saturday, 31 May 2014

In tensità

Capire. Carpire, afferrare, inglobare ed enucleare, assorbire, depositare, sedimentare, precipitare e raschiare.
Scavare.
Cuore che scava, mente che spala, spalla che che regge mentre tutto frana.

E ieri il ghigno. Il ghigno che È me, che sono io che mi vedo guardarmi mentre ghigno.

Non esiste alto o basso, non c'è separazione tra felicità e tristezza. C'è solo intensità.

Mi puoi chiedere: qual è il tuo più profondo problema, il tuo più recondito segreto che celi in maniera eccelsa? Qual è l'inaspettato che sbircia dal buio del cranio, che attende come un predatore nell'ombra?
Equilibrio.
È l'equilibrio.

Quando arrivo al picco più alto, subito il picco più basso si fa sentire. Non esiste estasi senza malinconia, non c'è amore senza odio.

E il ghigno, il ghigno che è la massima espressione dell'essere umano, la perfetta fusione tra il trasporto istintivo e il controllo razionale.
Il ghigno è allontanare il viso in estasi perché tu lo possa vedere, è il colpo di coda di una volontà trans-animale.

Ho riletto il passato, ho scenariato il futuro, mi sono ubriacato del presente. E c'è solo emozione. Di tutti i tipi, involontariamente nate e volonatariamente ricreate. C'è l'arte, c'è la solitudine, c'è il profumo della pelle sudata e l'accecante incoscienza negli occhi spalancati.

La voragine in me ieri sera si è riaperta, le domande e i ricordi assalivano a milioni. E cosa ho fatto? Li ho lasciati fluire. Un colpo alle gambe, la mano ha sbandierato in aria per istanti prima di trovare un appiglio. Ho lasciato tutto perforarmi, ho respirato il dramma della vita, ho visto le cose su cui non ho controllo, ho sentito le frasi dette da chi vive vite diverse. Ho tremato.
E poi mi sono rialzato.

Qual è il più grande profondo problema? Equilibrio. Tutto in un corpo, la carne invasa dai tremiti, il coinvolgimento totale bilanciato dalla coscienza. Determinazione sporcata da lussuria, trasporto frenato dal pensiero, aggressività lubrificata dalle lacrime, comunicazione incapsulata dall'anti-sofisticazione.
Fama nell'anonimato, fame nell'animale.
Osservare per non essere anticipati, disimparare per poter rivivere.

E infine Pace.
Comunque, dovunque, quantunque... sia il meteorite che mi centra il cranio e mi trascina la cassa toracica sotto i piedi, sia la lenta morte di debolezza, sia domani o sia immortalità; aria entra intrusiva ma necessaria nei polmoni e scomposta la mano strofina il viso e le palpebre appena serrate.
Lo chiamo l'Abisso, ma magari è la Torre d'Avorio. Oppure è il Mare o il Rifugio. Forse è un'Idra che risiede in me, forse un roditore che ratto si nasconde. Forse una Fenice o solo un Passero Solitario.
Quello che vive dentro è la causa, la colpa, il merito, il motivo di come sono.
Persèvera, si ciba, si priva, scompare e torna. E rinasce ogni volta più forte.

Quando reclino il capo sto solo guardando il cielo di un altro mondo, rovesciato su di noi.

D.0.A.





ah, sì, Equilibrio:

Thursday, 29 May 2014

>=

È maggiore o eguale.
Come fosse normale
provare
l'interminabile mare.

Tuesday, 27 May 2014

Parcheggi di schegge

Stragi di esitazioni e di stasi protratte, nell'istante sfugge un raggio di schegge che in agopunturale metodicità si conficcano nel cranio, inibendo la ragione.

Quando il controllo viene delegato all'istintivo saper muoversi, il cervello è parcheggio nel parcheggio e peggio per lui se poi non regge il freddo inferno di memorie che trafigge e su autostrade neuronali perpetua l'estasi.

Fare un voto al seggio sotto la pioggia: dare man forte ed un sussurro sino alla morte, errare alla ricerca e, una volta trovato, lanciare il programma per cui siamo stati programmati.
C'è una sequenza, un metodo, una serie di interazioni, ma la ragione ne resta fuori e il dualismo sincrètico si conclude: complimentarsi per complementarsi e complementarsi per complimentarsi.

Il tornado è solo aria, io sono solo carne. Ma l'azzurro che fa da cielo alla sfera del mio cranio è il tuo affresco più infestante, intrusivo e redentore.
Il parcheggio è la sala dove il capo reclino, dove il tempo declini, dove la paura scèma estirpata dalla stretta che toglie solitudine.

Saturday, 24 May 2014

Contrazione dei tempi

Droga. La parola che descrive meglio tutto.
Non solo la dipendenza, c'è proprio un senso di rarità, di élite, di priorità.
E altera la percezione del tempo. I giorni sono mesi e le ore sono giorni.

Il tempo batte il suo ticchettìo con la mazza sull'incudine e, come fenomeno emergente di giochi d'intervalli, con il suo pendolo di inquietudine entra in risonanza, poi in battimento, poi in asincronìa col cuore che ho in petto.
Finché tempo e cuore trovano una coreografia di contrazioni: il primo rallenta e sfiora asintotico l'immobilità, mentre il cuore accelera.
Sembra di avere un'MG42 che raffica da sotto lo sterno e vedo la luce dei miei traccianti dare colore al finora monocromatico mondo esterno.

Non c'è un'overdose di questo. Il corpo si ridistende ogni volta. Come un gas occupa tutto lo spazio disponibile e non basta.
La pressione scala, escala, esorbita e vola nel continuo.

La memoria tattile frega sempre, il bruciore dei mille aghi che risveglia di notte, il senso di smarrimento e di rifugio.
Sentirsi nudi eppure cònsoni, accarezzare il vuoto e il preludio è iniziato.

Contrazioni. Cioè tirare insieme a sé, trascinarsi verso l'epicentrico occhio del ciclone.

Perché è sempre stata una questione di occhi, vero?

Wednesday, 21 May 2014

Under a Serpent Sun

Take the alien invasion, the matrix and the post apocalyptic settings.
Is there a better description?
Cabled to a central source, like nightwalkers we dwell in the depth of the well that the nature forced around our need for satisfaction.
It's like an invading alien race had been able to subjugate us all without notice.
The most deep recesses of our existence are only shielded and hidden, crippled to preserve the status quo, blocked to ensure survival to this silent reign of terror.
Like not unexpected but indeterministic fluctuations, sometimes there are people that can scratch the surface. Someone can have a glimpse of the world outside the well. Someone can see beyond the curtain and, once the veil is cut, the lie becomes evident.
The ones who dare to challenge the silent empire become Survivors.
Their only refuge is the desert, the resistance, being outcasts and renegades.
Up to now it's only voyage. But then they tell you that, in the desert outside the cities of subliminal control,
"We live as one
Under a Serpent Sun"

Tuesday, 20 May 2014

Trasporto e oltre ogni porto

Forse non te l'ho detto, o forse sì.
Forse c'è un forse di troppo, probabilmente 2.
Non è facile costruire qualcosa di univoco quando i segmenti si respingono come dipoli carichi e popoli pavidi di pensieri si ritrovano in un'inedita agorà che sta nel nostro mezzo.
Del resto spesso mi sorge il dubbio che questo sia un enorme sogno, come un onirico viaggio negli abissi che mi popolano. Invece...

Esiste molto di più di quanto l'esigua esperienza ci può comunicare, molti più strati che notti insonni non possono che sfogliare superficialmente.
L'incastro è imperfetto: un certo agio viene concesso alle zone di contatto e quel sapore di inedito non può e non deve mai svanire.
Sia il vento che sferza, il sole che s'accalca o il principio di pioggia che ritmica tamburella una marcia appena iniziata; sia al riparo di vetrate o sull'erba che respira, in fortuiti luoghi di emergenza o nell'esatto posto dove ci troviamo.
Sia ovunque e quandunque, il profumo mi coglie sempre impreparato e la realtà perde i taglienti connotati.
Lo scivolare è involontario e di questo momento acquisito voglio solo l'accrescimento.

Forse te l'ho detto, ma troverò sempre le parole per dire cose nuove, per rendere vivo quello che già vivace ci muove.
Oltre le parole. Del resto blablabla.

Non c'è niente come sapere. Non c'è come sentire il ruolo che tiene il suolo sotto controllo e dona al cervello il sigillo di pace. E quello tace e lascia che cali l'ascia di una simbiosi inarrivabile.

Monday, 19 May 2014

L'estasi di estraniarsi per ritrovarsi tutt'uno

A volte le persone si ritrovano.
Si ritrovano in una selva oscura, si ritrovano dopo anni per puro caso, ritrovano sé stessi.
Le parole hanno forza, ritraggono immagini che nel subconscio effetto-dominano in una valanga di reazioni.
Le immagini nitide tratteggiano le azioni che le parole solamente non possono esprimere.

Quindi ci ritroviamo a immaginare:

-un costruttore, chiamiamolo pure un plasmatore o un creatore, ma è pur sempre un muratore.
Ora immaginiamo che il muratore sia bravo a costruire, veloce, efficiente, ma costruisce muri e barriere.

-una persona che vede solo pareti di una stanza, al di fuori della quale non importa. Una stanza straordinaria, dove tutto è possibile allo schioccar delle dita.

-un essere strano ed evanescente, un profondo abisso di analisi, chiamiamolo la Lacrima Nera, che non vola leggero ma si fa strada nelle giungle di arbusti e si inerpica per i crepacci più taglienti.

-una amazzone impavida e strategica, che medita le mosse, una cacciatrice che respira ogni sorso di vita, dall'umidità avvolgente e tremante della rugiada al quasi selvaggio ustionare ritmico del sole.

Se la Cacciatrice tentasse di inseguire la Lacrima Nera. Anche a costo di perdere la rugiada e il sole, a costo di perdere l'inseguimento rapido, sfregiandosi nei rovi e lungo i crepacci, ma raggiungesse la creatura. Se Lacrima Nera accettasse di lasciarsi raggiungere e perdesse la viscerale libertà di distruzione. Potrebbero trovare la via per la cima più elevata dove neve e sole si fondono in un unico silenzio d'estasi ultraterreno.

Se la persona nella camera capisse l'unica cosa che veramente vuole ed il muratore riuscisse a sfondare una parete anziché costruirla. Se un progetto comune prendesse vita e non una barriera, non quattro mura di una stanza, ma un ponte elevatissimo che porta in alto. Un ponte all'aperto, una via illuminata per la cima più elevata dove neve e sole si fondono in un unico silenzio d'estasi ultraterreno.

L'interazione, l'avvicinamento, la comunicazione si instaura nelle immagini e condivisione trasporta entità separate.

Che si ritrovano.

Tuesday, 13 May 2014

Scale

Quando ci si pone, in un eccesso di ambizione o di fede, mete irraggiungibili, esistono due modi di avanzamento.

Il primo modo è proseguire, marciare per non marcire, mettere tutta la benzina sul fuoco, gettarsi fit come bodybuilder contro le avversità, contando sull'esperienza e l'equipaggiamento acquisito. E bam addosso al muro per sfondarlo

Il secondo modo non lo si sceglie, avviene e serve solo percorrerlo: è cambiare di un filo, avanzare, migliorare un poco, avanzare, scostarsi da uno schema e di nuovo avanzare. Il secondo è rendere l'impervio pianeggiante.
Come i gradini di una scala.

Voglio un eternità sulle scale.

Saturday, 10 May 2014

Exp. acquired +343

In casi rari ma esistenti l'esperienza passata deve essere ignorata. Non siamo infiniti o eterni e il numero di sample è limitato.
Serve uno stato di fiducia, rimuovere il blocco che previene il dolore e... boh, dentro.

Questo tipo:

Friday, 9 May 2014

Il tempo delle risposte

Cos'è chiedere senza avere risposte?
È aria mossa che impallidisce davanti alla prima tenue brezza.
Quando si completa con la risposta, si complementa e si prova ad unire, congiungere, a contattare e conolfattare, allora qualcosa torna unico.
I frammenti e i frantumi invertono la retta del tempo e, contro ogni principio entropico, si genera una stasi. Unica.

Poi c'è l'esterno, che lavora, che trama e medita tranelli e ti sputa passato e futuro in un calderone secco in faccia. E io cosa faccio? Penso all'unità ciclica di chiedere e rispondere, ascolto lo scrosciare di acque all'ombra di arbusti.
Il caso mi butta telefonate e occasioni, il fato mi ride e apre lo scrigno. E io rispondo col ghigno.

Puoi gettarmi tutto e tutte e ognuno addosso, ma se il muro è crollato e ha dato accesso non significa che non si sia ricostruito e ora celi a tesoro ciò che ieri è stato.
Cosa penso quando non penso? Che è senza senso, ma ti ringrazio.

Serve tempo, serve un tempio. Serve meno spremere le tempie e più capire che c'è ancora del buono là fuori. Del buono, del meglio e del migliore. In una manciata di ore.

Wednesday, 7 May 2014

The day after the same day. Everyday.

If the sun and the 1/r gravitational potential wouldn't exist, we couldn't have a well known cyclicity, i.e. the day/night and winter/summer ones, injecting a sense of recursion and time.
One's life spanning would be a one shot one kill, one single day of growing and withering. No learning from mistakes and no retractations of previous statements.

Life is not that linear, thou, and my dayly struggle against the sinusoidal role reprising game is killing me.
Yesterday, meaning really early this morning, I wrote something on this very blog about thinking while not thinking and shit. I was damn tired and what I did ended up basically fucked up. And still I believe I have put in words something worth, even if I wouldn't publish it again in a sober state of mind.
Why? Because fuck you, that's why!

Because you don't really need an excuse to execute your own values, beheading the warnings you are heading to yourself.

There can't be regret  if someone doesn't get the misspelled and misplaced soft spot I'm always showing.

Cosa penso quando non penso

Siamo di nuovo a circolare come sangue, sono di nuovo a circondare in assedio una città fantasma.
Cosa fare quando so cosa fare? Come decidere a decidermi quando ho già deciso?

Parlare non serve e parlare non basta. Con una penna o una tastiera in mano va bene, me la cavo, costruisco e abito le mie barriere perfette. Poi, faccia a faccia, dubito e faccia a faccia voglio il subito.

Ed è sempre quel perdersi negli occhi, sempre a dimenticare che ci sono labirinti nelle teste delle persone da cui NON posso uscire. Cosa fare non lo so e come pensare non ci penso nemmeno a pensarlo.
Lascio essere e tutto sarà.
Volerlo o non volerlo non conta, ormai.
Se è un gioco almeno che abbia regole e se è un terno al lotto almeno abbia un buon montepremi. Siamo finiti solo quando finiami.

Thursday, 24 April 2014

Limare le sbarre e acuminare la terra

Come va nella tua prigione?
La sentenza è stata chiara: prigionieri a vita in questo limbo tra potere e dovere, volere e sapere, mele e pere.
Ti danno uno stomaco per riempirlo e lo imbottisci oltre ogni ritegno di merde dolci che nutrono solo pancia, fianchi e una plica di tripli menti.
Ti danno peni e vagine ma prima di fare il tuo unico lavoro ("you got one job!") devi fare teatrini e corteggiamenti come un circo itinerante.
Ti danno un cervello che còmputa ma una voce che non sa riferire, occhi che vedono ma mani che non toccano, gambe che ti trascinano e altezze che ammazzano.

Ti danno la scelta di lasciare entrare gli altri, ma non la spranga per difenderti.
Puoi accettare ma ci pensi comunque.

Oggi è tipo la festa della Liberazione, ma è dura da digerire. Liberazione, eh? E perché siamo ancora prigionieri? Carcerati e secondini, prede e predatori, siamo ogni goccia di rugiada su ogni lato della foglia che fotosintetica muore quando il sole impallidisce.

Con un paio di occhi non leggo la liscezza che il tatto trasmette e con l'udito non sento il tuo immobile profumo al mio fianco.
Libertà: come una barca nel deserto, un coltello nella minestra, un amore tra i miei simili.

Siamo talmente liberi che l'unica fuga è la prigionia sotto 3 metri di acuminata terra.

Wednesday, 23 April 2014

Connaturati in conati e cognati nell'ignoto

Il fior fiore di discussioni su cosa sia contro natura e cosa sia pro natura si infrange come onde sulla scogliera quando qualche furbo grida "alveare!".
Che sia necessario incallirsi con chi ama persone dello stesso sesso quando le case, la medicina, i pompini e le chitarre elettriche sono controNatura?

Persino farsi la barba È controNatura, poi però vedi barboni i cui peli hanno i peli e che dovrebbero lavarsi i denti con la schiuma da barba, annusi nemici giurati delle docce da km di distanza e tutte quelle robe lì.
È facile nascondersi dietro all'agricoltura biologica quando giri in SUV e quando dobbiamo invadere l'Iraq per prendere il petrolio per fare le tua posate di plastica che usi per non avere lo scazzo di lavare i piatti.

E l'alveare?
Cosa c'è di più di controNatura di un alveare? Ambaradam di celle esagonali... ESAGONALI!!!
Quando però i vostri amici Greenpeace Hipster vi mandano a firmare la petizione per la salvaguardia delle api, visto che sono loro a impollinare tutto (anche vostra madre), allora NO: le api sono naturali.
Vero? Perché delle bestie volanti a sei  zampe con pungiglione che vanno di pianta in pianta e di fiore in fiore trascinandosi polline sulle zampe e inseminando il mondo, quello sì è proNatura.
Io ho una brutta notizia: noi siamo natura.

Thursday, 17 April 2014

Tu sei fiori di testa

Com'era la filastrocca? "L'uomo vive in due mondi, ampi e vasti, contrastanti. Uno è dentro l'altro è fuori, nel primo vivi, nell'altro muori".

Adesso è ovvio che per te non è per me, che quello che tu non è quello che io, che il cruscotto del tuo cranio è meno arbremagiquato del mio. Ok.
Però l'affinità dell'essere scoppiati, dell'essere fuori dal canone in voga, eh: già quello ti accomuna.
Quando poi riesci a far parte di un A-Team di scoppiati, allora è altro che 300 alle Termopili.

Altre volte trovi un scoppiato-nonscoppiato che ti strika d'interesse, ma porcoilduce, non sai se è con o contro di noi. E allora cosa fai?
Beh, gli/le sciorini tutto il campionario di outside the box che sembra l'iperspazio o l'iperuranio dall'outsider che sei.
E che non sia un'idea superluminare arruolare nuova merda nella crew.
Così, tanto per fare più sbarco in Normandia e meno infiltratore dietro le linee nemiche.

E chissà che un giorno non ti possa salvar la vita, il marmittone fresco di leva.

Archimedea la cosa, eh? O soli arcigay.

Galvani vuol dire fiducia

Dicono che negli ultimi spasimi di vita la rana di Galvani avesse maledetto l'umanità con un "Cre-Cre-Cre-pate" gridato a gonfi polmoni, o branchie, o bronchi, o trachee.... boh, cazzo ne so di come respira un anfibio.
Negli ultimi spasimi di vita artificiale, in un cristiano risorgere post-mortem, quando alla rana sono stati attaccati un + e un - e quella si è messa a fare breakdance sul bancone del laboratorio.
Che sono poi le stesse coreografie di un condannato a morte sulla sedia elettrica, o della massaia che tocca la lavatrice con problemi di messa a terra. E tutto un copia incolla del vecchio fulminato nel ritorno a casa la sera di venerdì santo.
Pare che la rana di Galvani non avesse firmato la liberatoria e non avesse consentito la diffusione dei propri dati personali.
Ma ormai è morta, no? È morta e gli eredi erano una sborrata di girini in qualche acquitrino del cazzo.
È morta... eppur si muove.
E quindi? Quanto è cambiato dai tempi in cui si scopriva che  fili di rame, sali dissociati in acqua e pezzi di carne sono la stessa cosa, quando ci pianti dentro anodo e catodo?
(Batterie fatte di frisbee e aceto, van der Graaf che spatolano elettroni, pugni wireless con polvere da sparo, bei tempi)
Semiconduttori e reazioni nucleari a parte, non è cambiato niente: un bell'elettroshock è tuttora il bacio che trasforma in principe il ranocchio.
Principe di Niente.
Questa è la vera Pasqua: passaggio dall'inferno falso a quello fittizio.